«In maniera straordinaria». Su una serie di ritratti di Bernardo Siciliano
Per lo stesso motivo che ci impedisce di vedere il movimento delle lancette di un orologio o lo schiudersi di un bocciolo, siamo incapaci di renderci conto dell’inarrestabile mutare dei lineamenti, dalla nascita alla morte: un movimento uniforme che non prevede interruzioni, non distingue il sogno dalla veglia, e fa del nostro volto una specie di clessidra. È uno dei tanti casi in cui la natura ci ha dotato di una provvidenziale limitazione dei nostri sensi, perché probabilmente percepire la lentezza dei processi di trasformazione in cui siamo immersi equivarrebbe alla follia e all’incapacità di adattarsi al mondo. Con l’ingannevole soccorso dell’abitudine, rimediamo a questo eccesso di instabilità che intride il visibile, e siamo in grado di riconoscere bene o male ogni mattina il nostro volto nello specchio e distinguere le persone che conosciamo dagli estranei. Per giudicare che una persona è invecchiata, abbiamo bisogno di un intervallo rassicurante, di mesi o di anni. Considerato da questo punto di vista, ogni ritratto è un inganno, l’immagine di qualcosa che non può mai accadere, un trompe-l’oeil. Quando Milly Theale, l’eroina delle Ali della colomba di Henry James, contemplando il ritratto di Lucrezia Panciatichi del Bronzino dice a se stessa «io non sarò mai meglio di così», non sta pensando né alla bellezza né al portamento impeccabile della dama fiorentina, ma esprime l’invidia che i mortali provano per le immagini dei loro simili sottratte alle leggi inesorabili del tempo. Cos’altro erano, per gli antichi, gli dèi e le loro forme visibili?
Bernardo Siciliano ha accumulato una lunga esperienza riguardo al dramma psicologico implicito nel ritratto. Nella sua carriera, ha sperimentato tecniche e formati, cavando il miglior partito, come molti suoi contemporanei, dalle fotografie dei modelli. Ma non si è mai dimenticato di quella specie di ordalia, di caccia grossa se vogliamo, e con un solo colpo in canna, che è una seduta dal vivo, con tutte le ingovernabili circostanze che comporta. Di questa esperienza ha un ricorrente bisogno, che è sia intellettuale che fisico. Nessuna mediazione, nessuna protezione. È la mano che stabilisce le proporzioni del viso, affidandosi all’occhio, in una specie di corsa contro il tempo. I profani tendono a credere che il massimo della difficoltà risieda nell’impazienza dei modelli: come avrà fatto il buon Velazquez a tenere ferme l’Infanta Margherita e le sue due meninas, per non parlare dei nani e del mastino? E in tanti film vediamo il pittore implorare: «stai fermo! ancora cinque minuti!». In realtà, questa è una semplice questione di pazienza: i modelli si rassegnano facilmente, e tendono a stare fermi più di quello che si crede. Il vero punto critico è l’artista, soprattutto nella fase delicatissima del disegno. Perché non c’è nulla da fare: nell’arte del ritratto, il talento del disegno è sollecitato al massimo grado, direi quasi fino al punto di rottura, come il muscolo impegnato nell’esercizio più difficile. Nessuno più dell’artista sa che il volto umano, se vogliano trovare un paragone per questo prodigio, è un film che non si interrompe mai. E dunque deve compiere un’acrobazia, che richiede destrezza e tempismo: irrompere di rapina nel divenire perpetuo di un volto e sottrargli quella configurazione momentanea che non esiste in natura, ma garantisce a ogni essere umano l’illusione necessaria di assomigliare a sé stesso più di quanto si trasformi. Bisogna atterrare sulla punta di uno spillo e staccarsene con altrettanta rapidità. E le regole del gioco non cambiano di molto, pur assumendo un’interessante sfumatura di dissociazione e schizofrenia, nel caso dell’autoritratto, dove il campo dell’incursione è la superficie di uno specchio.
Dopo avere ammirato questa nuova serie di carboncini di Bernardo Siciliano, non possiamo che dar ragione a Giacomo Leopardi quando afferma che l’«effetto» di un ritratto, dal punto di vista estetico, è maggiore di quello che produce la «persona rappresentata» in carne ed ossa: che sia particolarmente bella, o il contrario. Perché vedendo quella persona, argomenta il grande poeta, «la vediamo in maniera ordinaria», mentre il suo ritratto ci permette di vederla «in maniera straordinaria», tale da risvegliare l’«acutezza» delle nostre capacità di osservazione. Direi anche di più: all’affiorare sulla superficie dei lineamenti dei modelli, in questa serie così uniforme per intenti e risultati, corrisponde un vero e proprio stato di emergenza, come se l’energia spesa nella ricerca di un’immagine somigliante di un essere umano producesse un riflesso interiore simile a una sorpresa, o forse meglio a uno spavento da governare. E questo contraccolpo non è affatto un limite della rappresentazione, e meno che meno una scoria, ma la traccia di una relazione tra viventi. E di quell’incertezza del risultato che non può mai essere espulsa nel gioco di forze contrarie della bellezza.