Luca Pancrazzi

Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro…

inaugurazione dell'opera permanente in ceramica policroma lungo la facciata di Assab One e la mostra accompagnata da un testo di Alessandro Rabottini

Luca Pancrazzi

Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro…

inaugurazione dell'opera permanente in ceramica policroma lungo la facciata di Assab One e la mostra accompagnata da un testo di Alessandro Rabottini

INAUGURAZIONE 
Mercoledì 25 marzo dalle 18:00 alle 21:00

*Alle 19:00 musica dal vivo con la band ABCH (Andrea Nannetti, Beppe Caturegli, Chico De Maio)

ORARI DI APERTURA
Dal 26 marzo al 16 maggio
Dal giovedì al sabato dalle 15:00 alle 19:00

in occasione di Miart e della Design week
dal 18 aprile al 26 aprile ogni giorno dalle 12:00 alle 19:00

Assab One prosegue il suo progetto dedicato alla cura del territorio e alla relazione con il quartiere con un’opera permanente dell’artista Luca Pancrazzi installata sulla facciata principale della sede, in via Assab 1.

La sera stessa apre negli spazi interni di Assab One la personale di Luca Pancrazzi.
In mostra una serie di opere realizzate negli ultimi vent’anni, tutte accomunate dalla figura dell’orizzonte.

“Attraverso paesaggi di tutti i tipi, spesso in treno e talvolta in auto. Quando sono in treno mi capita di stare vicino al finestrino e in quelle occasioni mi diverto moltissimo. Per molte persone stare al finestrino è la posizione di viaggio più ambita ma a quel livello di gioco la vera differenza è avere la poltroncina nel senso di marcia oppure in quello opposto. Per me è indifferente…

Il vero scopo è osservare il paesaggio che scorre e fare tantissime riprese sia che scorra verso destra sia che scorra verso sinistra. Osservo tutti i segni e la loro frequenza, i colori dei campi in primo piano e dello sfondo oltre l’orizzonte. In pianura la distanza tra me e l’orizzonte è fissa così posso concentrarmi meglio sulla messa a fuoco di quel punto dove l’occhio arriva a percepire le differenze penetrando la foschia.

Quando ritorno spero sempre di avere il posto nel treno dal lato opposto così da poter osservare qualcosa di nuovo, una frequenza, una architettura bizzarra o una bella zona industriale. In questa mostra ad Assab One ci sono quasi tutti i paesaggi che ho attraversato, o perlomeno alcuni dettagli presi da ciascuno, annotati, ricordati o un po’ inventati. Non li ho mai visti tutti in fila, ma la cosa più curiosa è che si potranno osservare partendo sia da destra sia da sinistra” (L. P.)

Accompagna la mostra un leporello con un testo di Alessandro Rabottini.

Biografia Luca Pancrazzi

Luca Pancrazzi nasce a Figline Valdarno (Firenze) nel 1961.

Dagli anni ottanta è autore di una ricerca basata sull’analisi del medium artistico, sulle sue ramificazioni, sulle possibilità creative dell’errore e dell’uso composito di tecniche e materiali. Lo spazio metropolitano e il paesaggio, nella loro continuità con lo sguardo antropico che li definisce, sono i temi trattati con più assidua continuità.  Si esprime attraverso la pittura, il disegno, la fotografia, il video, l’installazione ambientale, la scultura, azioni in condivisione con altri artisti e progetti editoriali. Tra i progetti fondati ricordiamo: Importé d’Italie (1982), ABCDEFGHIJKLMNOPQRSTUVWXYZ (1986), De-ABC (2002), Madeinfilandia dal 2010 e dal 2015 Spazio C.O.S.M.O. a Milano.Inizia a mostrare dalla metà degli anni ottanta e dal 1996 viene invitato a partecipare ad una serie di esposizioni internazionali tra cui la Biennale di Venezia (1997), la Triennale di New Dehli (1997), Biennal of Cetinje (1997), Triennale di Vilnius (2000), Whitney Museum of American Art at Champion (1998), Biennal of Valencia (2001), Moscow Biennal of Contemporary Art (2007), Quadriennale di Roma (2008). Alcune tra i numerosi spazi pubblici che hanno presentato il suo lavoro: P.S.1 Contemporary Art Center (1999), Galleria Civica di Modena (1999), Museo Marino Marini (2000), Palazzo delle Papesse (2001), Museo Revoltella (2001), Galerie Lenbachhaus und Kunstbau (2001), GAMEC (2001), Museo Cantonale d’Arte di Lugano (2002), Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci (2002), Zentrum Fur Kunst und Medientechnologie (2003), PAC (2004), MAN (2004), MART Trento e Rovereto (2005), MAMbo (2006), Macro (2007), Vietnam National Museum of Fine Arts (2007), Fondazione Pomodoro (2010), Museo per Bambini di Siena (2010), Palazzo Te (2016), Santa Maria della Scala (2023), Gallerie degli Uffizi (2024).

Vive e lavora a Milano.

Testo di Alessandro Rabottini

L’orizzonte è una cosa sfuggente.

Come un richiamo, di cose diverse può essere fatto.
Diciamo ‘un orizzonte di case’ o ‘un orizzonte di mare’, d’erba o di sabbia.

Sono le cose che lo compongono a farlo e disfarlo di volta in volta, come se in sé non esistesse affatto, come se non avesse una sostanza propria.

Continuo e incorporeo, si sposta sempre ed è sempre lontano, e viene il dubbio che lo si possa afferrare solo quando le cose si aggregano tra loro, posate su una linea.

‘Orizzonte’ è il nome che diamo al territorio dove la vista termina, e in questo senso l’orizzonte è un po’ come la luce, la cui purezza ci è sostanzialmente inaccessibile: per vederla, infatti, c’è bisogno che colpisca una superficie o attraversi una sostanza, fosse anche solo l’aria.

Come la luce, l’orizzonte si materializza solo nelle incidenze che attorno ad esso, lontane, si aggregano. Così, chi possiede il linguaggio della filosofia può dire che l’orizzonte è un deposito di esperienza individuale, perché ogni volta viene creato e ricreato da una particolare postazione, da un certo punto di osservazione.

Insieme a noi l’orizzonte si sposta e con noi possiamo portarlo, come un bagaglio a mano di infinito.

Che sia un orizzonte di cemento o di vapore, di fili elettrici o di eventi, l’orizzonte riposa dove le cose paiono finire. Quelle cose che, al contrario di noi, non finiscono mai.

E se è vero che è uno tra i luoghi più frequentati dai poeti, l’orizzonte è amato anche da chi non sa dargli un nome, incanta anche chi non conosce il significato della parola ‘contemplazione’.

La sua essenza sopravvive alle forme in cui gli artisti lo incarnano cosicché resta sempre nuovo, anche quando sembra conosciuto e riconosciuto.

Al pari delle cose inestimabili è fatto di poco e nulla, soprattutto di nulla e nessuno lo possiede.

Nella sua costante distanza, ribalta il concetto di assenza su chi lo guarda, e gli assenti siamo sempre noi.

Come i luoghi a noi familiari o quelli che non visiteremo mai, la sua gamma cromatica è molteplice: ci sono orizzonti di nebbia, vasti e vaghi come la varietà dei grigi e orizzonti accesi, che abbagliano come gli intonaci d’estate.

Di una successione di orizzonti, uno dopo l’altro, può essere fatta una vita. C’è anche chi, negli anni, ne ha fissato il ricordo sulla carta, passando le giornate a reimmaginarne la memoria sulla tela. Poi le mette in fila, una accanto all’altra, tutte queste forme differenti della distanza, e in un’unica stanza le sistema, come in una soffitta di punti lontani resi, per poco, un po’ più vicini.

Per poche settimane, questa stanza temporanea accade al piano terra di Assab One, nel 2026, e porta con sé la reminiscenza di un altro orizzonte, che nel 2014 Luca Pancrazzi aveva tracciato su una parete interna dello stesso edificio. Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro era il titolo di quel disegno a muro, e oggi questa dichiarazione di allontanamento graduale occupa la facciata di ingresso del complesso.

Della distanza, tutta l’arte di Luca Pancrazzi pare occuparsi, sia che si adagi su un orizzonte sottile come una frequenza sia che si addentri nel disturbo di trasmissione di una fotografia ingrandita e sgranata. Pare sempre guardare altrove, eppure indugia nelle interferenze che nel frattempo incontra e che nel frattempo ama.

Alessandro Rabottini

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