Fabio Paleari

Lo que dura un sueño

October-November 2009

Fabio Paleari

Lo que dura un sueño

October-November 2009

Nell’ambito della manifestazione MADE IN MAD, promossa dalla Comunidad de Madrid

The life of Madrid is shown from different points of view and lies somewhere between autobiography and reportage, with different levels of intensity and intimacy; the subjects are shown in their own lives with the streets and life of Madrid providing a backdrop full of energy and complexity.

 

The exhibition

Fabio Paleari lived in Madrid in the early 80s and late 90s, close to the lively cultural scene of the city and alongside the many artists and intellectuals who created the famous “movida”. These included the director Pedro Almodóvar, the actresses Rossy de Palma and Victoria Abril, the writers Camilo José Cela, Raimon Panikkar, Almudena Grandes, the visual artists Miquel Barcelò, Eduardo Chillida, Antoni Tàpies, Miguel Angel Campano, and flamenco characters like Camarón de la Isla, El Guito, Pepe Abichuela and Enrique Morente. The life of Madrid is shown from different points of view and lies somewhere between autobiography and reportage, with different levels of intensity and intimacy; the subjects are shown in their own lives with the streets and life of Madrid providing a backdrop full of energy and complexity. Both a faithful and touching tale of that time and a private emotional diary, this body of work bears witness to the atmosphere around the artists at work and at play in the Spanish capital.

Biography

Principali mostre personali:
I won’t give up, Guido Costa Projects, Torino; Paris Photo, 2007; Bankrobber Gallery, London, 2008. The last beat of Allen Ginsberg, Traffic Music Festival, Torino, 2007; Fondazione Piras, Asti, 2007; Galleria Seno e Forma, centro internazionale fotografia, Milano; Guido Costa Projects, Torino, 2006. My Boy Pete Doherty, Guido Costa Projects, Torino, 2006. Objects in mirror are closer than they appear, Trolley Gallery, Berlin 2006 – Trolley Gallery, London, 2005. The Leu family, Guido Costa Projects, Torino, 2004; Selfridges, London – Palazzo Reale, Genova, 2003. FEAR, Guido Costa Projects, Torino, 2003. Paradisi Artificiali, Biennale della fotografia, Torino, 2001. Silicon, Galleria Seno, Milano, 2001. Le desiré du Maroc, Palais de Tokyo, Paris, 2000. La vergogna di sentire la colpa, Biennale della fotografia, Torino, 1999. La Kashba di Marrakech, Galleria Seno, Milano, 1998. Leda e il cigno, Galleria Webwe & Weber, Torino, 1997. La mia incapacità di stare al mondo, Galleria Weber & Weber, Torino, 1998; Galleria Seno, Milano, 1997; Museo Ludwig, Budapest, 1996. Arte en España, Istituto Italiano di Cultura, Madrid, 1992. 1000 miglia, Istituto Italiano di Cultura, Madrid, 1991.

Pubblicazioni:
I won’t give up, Damiani editore, Bologna, 2008. La mia incapacità di stare al mondo, Shooting Book, Roma, 2008 (ristampa). The Leu family, Trolley Book, London, UK, 2003. La goccia, Westzone Publishing, London, UK, 1999. La mia incapacità di stare al mondo, Kaos Edizioni, Milano, 1996.

Raccogliere il buio e rivedere la luce, by Denis Curti

Di solito, gli angeli della notte portano il necessario. E poi, basta saper dove guardare. Certi volti appaiono tesi e tirati. Altri sono solo concentrati nel loro fare. Sono attori, registi, artisti, interpreti di flamenco o semplici amici ritratti per strada. L’alba spunta dagli oblò di una casa magica che consente una visione a 360 gradi. La luce del giorno si presenta con un giovanissimo Pedro Almodovar dietro una cinepresa. Le atmosfere degli interni sono invece arrotolate tra gli angoli più segreti di mille storie private. Qui, la location è importante. È la Madrid degli anni ottanta e novanta che Fabio Paleari racconta attraverso una serie quasi infinita di scatti e autoscatti. Difficile seguire un motivo unico. Una direzione. Un linguaggio. Da queste diverse installazioni e proiezioni, la fotografia ha le forme e il ritmo simili a quelli provocati da un’onda continua. Come la scia di una nave che, finché viaggia, si rigenera di continuo. Dopo, smette di esistere, per vivere dentro gli occhi di chi l’ha osservata. Perché per Fabio Paleari la fotografia è soprattutto lo specchio della vita. Nel bene e nel male. Del resto, nel suo mondo visionario, contano solo i sussulti. Bello e brutto, giusto o sbagliato paiono di troppo. Sono sentimenti non previsti. Vale solo l’idea di andare in fondo. Raccogliere il buio e poi rivedere la luce. Un altro giorno. Un’altra ferita. Un’altra memoria. Un’altra fotografia.
Quella del vedere è per Fabio Paleari una necessità che si allinea al respiro degli altri. Entrare nelle storie per viverle. E se, per noi, scrivere di fotografia significa riferirsi a categorie prestabilite e conosciute, per il nostro autore scattare immagini è disegnare il proprio destino, mettersi in gioco e allargare, ogni volta, gli orizzonti visivi di chi gli sta intorno e ha il privilegio di vedere l’insieme caotico della sua intera produzione.
Storia dell’arte, filosofia, etica ed estetica sono canoni impossibili da riconoscere in questo contesto visivo. È come se lo specifico fotografico proposto da Fabio Paleari fosse in grado di  provocare reazioni a cascata. Su questo si basa la sua poetica. Sulla sua capacità di emozionare.
Non capisci tutto, ma senti la freschezza della curiosità. La trasparenza delle idee. L’attrito delle contraddizioni. Le valanghe della paura. La corrente della fragilità e la quiete della dolcezza.
Così è impossibile dire che quella fotografia sembra un quadro. Che quel reportage contiene l’epica di un romanzo, perché la fotografia è sempre il risultato di una messa in scena. Nulla è casuale. Tutto è provocato. Cercato e voluto.
Di quel tempo, lui dice: “Mi è rimasta la sensibilità nelle mani. Non sono sicuro se gli altri sapranno riconoscersi. Dentro ci sono sempre io.”

 

 

  • COME UN ROMANZO, DI GUIDO COSTA

 

Fabio Paleari è uno dei pochi, veri crooner che si hanno oggi in Italia, specie in fotografia. È un artista che ama e sa raccontare, ma con quella qualità in più che hanno tutti i crooner di razza e che li distingue dai semplici affabulatori, o dai cronisti di mestiere: l’empatia.
Se guardi una sua foto, percepisci immediatamente che lui non era lì per caso, o peggio, per correre dietro a un qualche progetto. Lui era lì semplicemente perché lì doveva esserci, e ci sarebbe stato anche senza macchina fotografica. C’era perché era parte attiva della storia, di quella storia. Altrimenti, più semplicemente, sarebbe stato altrove.
Questo è il terreno su cui nasce l’empatia, e proprio su questo sottile confine tra presenza e assenza si giocano tanto l’eterno conflitto tra arte e reportage, che l’annosa, terribilissima questione sul contenuto poetico del fotorealismo.
Spiegare in dettaglio che cosa sia questa empatia, non è facile: è fatta di sensibilità, nutrita di esperienza, e del tutto priva di calcolo. È una sorta di ingenuità capricciosa, alimentata più dalla vita che dall’arte.
Per possederla occorre essere liberi dai secondi fini, dagli interessi e da qualsiasi motivazione. Solo allora, a tratti, e assolutamente imprevedibile, l’empatia emerge dalle profondità dell’io, un po’ come succede al sublime di cui parla Kant.
Nei suoi molti lavori, di tanto in tanto, Fabio Paleari  riesce a impossessarsi di questo occhio magico. Di regola, quando ci racconta storie che si porta dentro da anni, senza mai concluderle o fissarle in una forma definita. Storie che si sviluppano in scenari e con protagonisti diversi, ma in un certo modo strettamente intrecciate le une con le altre, come tanti capitoli di un grande romanzo di formazione.
La Spagna è uno di questi ombelichi, una di queste storie ritornanti da cui tutto nasce e tutto ha fine. E non soltanto per i tanti anni da lui passati sul suo suolo – Madrid, Barcellona, Ibiza e poi ancora Madrid -, ma per ragioni più sotterranee, che hanno a che fare con le affinità elettive e un certo spirito dei luoghi, terrestre e primordiale che da sempre anima i paesaggi interiori di Fabio. Uno spirito che ritrovi in tutte le sue fotografie, siano esse scattate a Londra, a Losanna, o a Milano, nei volti dei suoi soggetti, addirittura nelle architetture.
In questi scatti, in queste storie, l’arte, con i suoi rituali, le sue regole e i suoi codici di comportamento viene dopo, quasi senza farsi sentire.

E, credetemi, non è la cosa più importante.

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