1+1+1/2021

architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten

Claudia Losi 
+
Caretto/Spagna

un progetto di Elena Quarestani
a cura di Federica Sala

1+1+1/2021

architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten

Claudia Losi 
+
Caretto/Spagna

un progetto di Elena Quarestani
a cura di Federica Sala

ORARI DI APERTURA
Dal 4 settembre al 16 ottobre
Dal mercoledì al venerdì dalle 15:00 alle 19:00, sabato su appuntamento
Apertura straordinaria in occasione del Salone del Mobile lunedì 6, martedì 7 e sabato 11 settembre dalle 15:00 alle 19:00

Performance di Caretto/Spagna domenica 19 settembre dalle 16:00 alle 20:00

INAUGURAZIONE
Inaugurazione sabato 4 e domenica 5 settembre dalle 16:00 alle 20:00

Accesso su prenotazione tramite piattaforma Eventbrite

Per informazioni info@assab-one.org

La quinta edizione di 1+1+1 prosegue all’insegna del dialogo tra tre autori nuovamente chiamati a condividere lo spazio, ma soprattutto un macro pensiero su cosa voglia dire oggi “creare”. Si tende infatti a guardare sempre al nuovo. “A cosa stai lavorando di nuovo?” spesso ci si sente chiedere. E se per una volta non fosse il nuovo al centro della nostra attenzione? Ma l’esistente? O Il quotidiano?
Tre interventi che parlano di cura e di attenzione e di un altro modo, non invasivo, di abitare il mondo.

Biografie

Jan De Vylder e Inge Vinck (1968 e 1973) vivono e lavorano a Ghent, Belgio. Insieme, hanno fondato lo studio di architettura Architecten Jan De Vylder Inge Vinck (AJDVIV). Nel 2016 AJDVIV ha co-curato il padiglione Belgio alla 15° Mostra Internazionale di Architettura – Biennale di Venezia, Italia. Mostre recenti includono Venezia, Italia 2010, 2014, 2016, 2018; Chicago, USA 2014, 2016; Lisbona, Portogallo 2019 e San Paolo, Brasile 2019. I loro progetti, per committenti privati e pubblici, hanno vinto numerosi premi e nomine come Schelling Architektur Preise 2016, Germania; Leone d’Argento, 15° Mostra Internazionale di Architettura – Biennale di Venezia, Italia; Henry van de Velde 2018, Belgio; Mies Award 2019 (finalisti).

Jan De Vylder ha insegnato a Sint-Lucas School for Architecture, Bruxelles, Belgio; TU Delft, Olanda; EPFL, Losanna, Svizzera; Accademia di Architettura USI, Mendrisio, Svizzera; ETH, Zurigo, Svizzera (in corso). Inge Vinck ha insegnato a Ecole Nationale Supérieure d’Architecture et de Paysage, Lille, Francia; TU, Delft, Olanda; Accademia di Architettura USI, Mendrisio, Svizzera; Kunstacademie, Düsseldorf, Germania (in corso).

www.architectenjdviv.com

 

Claudia Losi è nata a Piacenza nel 1971. La sua pratica artistica esplora le interazioni sociali, gli intrecci della sensibilità umana e le complessità dei fenomeni naturali attraverso una metodologia scientifica, etnografica ed antropologica. L’opera di Claudia Losi comprende progetti partecipati e performance così come disegno, fotografia e scultura. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna e all’Università di Bologna, facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Losi ha esposto in istituzioni italiane e internazionali.

Mostre recenti includono Museo d’Arte Moderna di Bologna; Museo Carlo Zauli, Faenza; IKON Gallery, Birmingham, UK; Collezione Maramotti, Reggio Emilia; Museo Marino Marini, Firenze; Stenersen Museum of Oslo, Norvegia; Le Magasin, Grenoble, Francia; MAMBo Bologna; MAXXI Roma. Opere di Claudia Losi sono state incluse in manifestazioni internazionali come Hangzhou Triennial of Fiber Art, Cina (2016); Wayne State University, Detroit, USA (2014); Sharjah Biennale 8, Emirati Arabi Uniti (2007). Losi ha partecipato a residenze a Studio Orta-Les Moulins, Parigi, Francia; JCVA, Israel; Art Omi International, New York, USA; NTU CCA Singapore.

www.claudialosi.com

 

Andrea Caretto (Torino, 1970) e Raffaella Spagna (Rivoli, 1967) lavorano insieme dal 2002. La loro attività artistica nasce dal desiderio di indagare le molteplici dimensioni della realtà attraverso l’esplorazione della complessa rete di relazioni da cui le cose emergono, stabilendo e ristabilendo un rapporto con “l’altro” in un esercizio di attenzione e cura. La pratica di Caretto/Spagna si fonda su un’attitudine alla “presenza” e all’esperienza nel mondo, nel tentativo di riposizionarsi, come esseri umani, spostandosi dal centro per mettersi in ascolto degli altri soggetti, viventi e non viventi.

Caretto/Spagna sono tra i soci fondatori dell’Associazioni Progetto Diogene, Torino e di Pianpicollo Selvatico – centro di ricerca nelle arti e nelle science, Levice (TO). Collaborano regolarmente con IRIS – Istituto di Ricerca Interuniversitario delle Università di Torino e Brescia e Aosta e Facoltà di Science della Formazione dell’Università di Torino. Sono inoltre consulenti artistici per Munlab, Ecomuseo dell’Argilla, Cambiano (TO), dove si trova anche il loro studio. Mostre personali e collettive recenti includono: PAV – Parco Arte Vivente, Torino; Cittadellarte Fondazione Pistoletto, Biella; GAM – Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea di Torino; CAIRN (Centre d’Art Informel de Recherce sur la Nature), Digne-les-Bains, Francia; Fondazione Benetton, Treviso; Fondazione MERZ, Torino; Bozar, Bruxelles, Belgio; Khoj International Artists, New Delhi, India; Mudam Luxembourg Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean.

www.esculenta.org

 

Federica Sala, è una curatrice indipendente ed un design advisor formatasi nel dipartimento design del Centre Pompidou. Tornata a Milano nel 2008 ha collaborato con Fabrica, miart, 5VIE Art+Design, Airbnb, Vogue Italia, Cassina,…
Nel 2018 ha curato con Patricia Urquiola la grande retrospettiva ACastiglioni alla Triennale di Milano. Attualmente è in corso la mostra omaggio a Giulio Castelli presso il nuovo ADI Design Museum. Collabora con diverse testate, ha una rubrica fissa su Interni ed un libro in pubblicazione con Rizzoli International.

www.federica-sala.com

 

Elena Quarestani, editrice e giornalista pubblicista in una vita precedente, ha ideato e diretto periodici, enciclopedie e opere collezionabili. E’ stato solo dopo la prima mostra del 2002, pensata come un episodio isolato, un rito di passaggio per una fabbrica dismessa, che ha deciso di coniugare la sua passione per l’arte e l’edificio che fino allora aveva ospitato l’azienda di famiglia e di mettere le competenze accumulate in molti anni di lavoro nel campo dell’editoria e della comunicazione e le buone relazioni nel mondo dell’arte al servizio di questa iniziativa.

Allenare lo Sguardo, Federica Sala

L’edizione di quest’anno di 1+1+1 prosegue all’insegna del dialogo tra i tre autori, nuovamente chiamati a condividere lo spazio ma sopratutto un macro pensiero su cosa voglia dire oggi creare. Si intende infatti guardare sempre al nuovo. “A cosa stai lavorando di nuovo?” spesso ci si sente chiedere. E se per una volta non fosse il nuovo al centro della nostra attenzione? Ma il vecchio? O il quotidiano? Se ci fossimo accorti che a fare difetto fosse la nostra capacità di osservare le cose (vicine o lontane)? Di capirle dopo averle osservate e quindi accettate? E se ci si esercitasse nella difficile arte della semplicità ed in questo fosse nascosta una forma di felicità?

In punta di piedi, senza una precisa volontà di diventare una manifesto, la mostra ha preso forma grazie ai tre contributi, portando avanti un messaggio molto simile che pone l’accento sulla nostra relazione con il mondo circostante e i suoi abitanti (umani, animali e vegetali), ma anche con i suoi elementi naturali quali l’acqua e la luce. Leggendo i testi dei tre autori non può non saltare all’occhio come alcuni termini siano ricorrenti e tratteggino, in punta di lapis, il messaggio fortemente silenzioso della mostra che forse si può racchiudere in alcune parole, il cui significato diventa protagonista: Presente, Leggerezza, Relazione, Movimento.
Come se fossero dei caratteri animati questi elementi della nostra quotidianità diventano il fulcro dei tre lavori.

Non a caso l’intervento significativo di Jan De Vylder e Inge Vinck porta il titolo onlY. simplY. happY. Tre parole, un unico messaggio. La loro pratica architettonica diventa quindi uno strumento di educazione visiva, e di pensiero, in cui il visitatore viene chiamato ad esercitare la sua capacità di osservazione, a non deridere ma anzi a valorizzare ciò che già esistente e contiene giù tutta la bellezza di cui abbiamo bisogno. Con la sua simmetrica ripetizione nello spazio l’installazione ci apre un mondo infinito di dettagli, la cui scoperta è un invito ad abbracciare un cambiamento: di percezione, di vita. E il valore della semplicità non a caso viene tracciato con un disegno a matita, nella cui leggerezza risiede tutta la potenza del messaggio.

In modo completamente diverso ma allo stesso tempo con molte similitudini, il lavoro degli artisti botanisti Caretto/Spagna ci mostra una nuova possibilità di relazione con il mondo circostante che parte proprio dallo sguardo, e dall’esercizio della nostra capacità, oggi spesso sopite, di guardare al di là delle cose. Il loro lavoro porta quindi in primo piano l’importanza dell’acqua, realizzando una catena chiusa che rende visibile il collegamento tra l’esterno e l’interno. Canalizzando le acque piovane per alimentare un circuito chiuso volutamente trasparente, gli artisti ci svelano i flussi presenti ma nascosti nel nostro quotidiano. E lo fanno con la precisa volontà di farci capire l’importanza del sommerso come fattore basilare di crescita. Il progetto, non a caso chiamato fflux_radici di luce ci porta a conoscere una pianta cinese, la Discorea batatas, chiamata dagli antroposofi “radice di luce” per le sue proprietà naturali e la sua crescita vigorosa, e sarà proprio questa pianta -che nelle sue radici conserva la sua forza eccezionale- a riportare il collegamento tra l’interno e l’esterno simbolizzando un ciclo vitale di cui noi siamo un piccolissimo ingranaggio. Apprendere a guardare oltre alla superficie, a immaginare l’argilla che compone una collina, a rispettare ciò che non si vede.

Di crescita e leggerezza e interazioni parla anche il duplice intervento di Claudia Losi riunito sotto il titolo Eppure si manifesta la relazione che parte da un suo lavoro storico di ricamo in cui sintetizza l’importanza dei licheni: il loro essere primordiale comunità naturale, ma sopratutto il loro essere emblema del movimento e della crescita, sempre presente ma così lenta da risultare impercettibile a un occhio impaziente.
Al ricamo si aggiungono le tavole vegetali e delle piccole tende trasparenti, quasi dei gusci di nebbia, che ci garantiscono un’intimità parziale ed allo stesso tempo ci tengono in relazione con l’esterno. Rifugi lattiginosi in cui stare, non andare e in cui dare importanza alle ombre, alle nebbie, ai movimenti impercettibili.

I tre autori delicatamente ci mostrano (e non impongono) un percorso che mette l’accento sul nascosto, sul sotterraneo, sul quotidiano e sull’importanza non tanto della creazione quanto dello sguardo.
Una mostra quindi che parla di cura e attenzione e di un altro modo di abitare il mondo.

Federica Sala

onlY. simplY. happY. Available. Accept. Adore., JDVIV

prologo

Probabilmente dovremmo solo accettare. Non semplicemente accettare, ma accettare ciò che osserviamo. Osservarlo una volta in più. Osservarlo più da vicino. Osservarlo da lontano. E poi capire. Che cos’è accettare. Che cosa si prova ad accettare. Accettare è un atto libero. Accettare è felicità. Accettare è la fine. Semplice.

Questo è il mondo oggi. Eppure c’è così tanto in questo mondo oggi. Capiamo a sufficienza come è il mondo oggi? Vediamo ancora che cosa questo mondo è oggi? Siamo forse in grado di percepire che c’è un mondo oggi?

Un mondo è a nostra disposizione. Un mondo si presenta. Una presenza da celebrare. Anche quando non ci immaginavamo che l’avremmo dovuto celebrare.

sei + uno

Siamo stati invitati in questo spazio meraviglioso. Questo spazio artistico. Invitati a presentare qualcosa ‘prossimamente’. Un invito all’essere presenti in questo spazio in uno dei momenti più importanti dell’anno a Milano. In cui tutti sono sempre ansiosi di vedere che cosa succederà di nuovo. Il nuovo invito. Il nuovo concept. Le nuove basi. Il nuovo ‘nuovo’.

Questo spazio. Questo tempo. Questo nuovo. E’ il nuovo davvero il nuovo? O forse il nuovo è buono quasi quanto il vecchio. E può il vecchio essere il nuovo. Tutto questo può essere il nuovo.

Sei colonne – e una solitaria e diversa dietro l’angolo – danno a questo spazio ordine e ritmo. Queste colonne supportano il peso di quello che l’architettura è di per se. Allo stesso tempo con la loro posizione e apparenza, trasformano questo peso nella leggerezza dello spazio.

Allo stesso tempo le colonne sono molto di più. Le colonne sono qui per restare, ma anche per incoraggiare il cambiamento. Le colonne sono lì come guida non solo dello spazio ma anche come sfondo a tutto ciò che è ausiliario. Tubi tecnici e dettagli e componenti del riscaldamento o estintori e segnali di evacuazione sono ripetuti e conducono da una colonna all’altra. Leggermente diversi ogni volta. Leggermente gli stessi ogni volta. Diversi colori. Diverse superfici. Ogni volta gli stessi ma declinati in modi diversi.

Vediamo ancora questo oggi? Queste colonne sono sempre presenti, ma vediamo ancora queste presenze? Queste colonne raccolgono ogni tipo di dettaglio – dal momento che sono di supporto ma anche supporto per altre cose – e nella vita di tutti i giorni semplicemente lì. Senza che siano viste. Senza che siano apprezzate.

Solamente quando una persona indica le colonne e inizia a riflettere e poi a commentarle, gli altri iniziano a seguire questo diverso modo di osservare.

Arrivando ad Assab One per la prima volta siamo stati colpiti dalla sua bellezza. Era chiaro quale sarebbe stata l’idea alla base del nostro intervento. Semplicemente creare uno sfondo che meglio incorniciasse la presenza delle colonne. Sei piccole stanze bianche attorno alle colonne. Per invitarci dentro le persone. E perché le persone fossero insieme alle colonne. E per scoprire il conosciuto come sconosciuto. E attraverso quello anche riconoscere che ciò che abbiamo – ma di cui non siamo più consapevoli – è importante e sufficiente. Sufficiente e che non ha bisogno di nient’altro. Non più.

Questo potrebbe essere un ulteriore punto di vista sulla domanda più urgente che il mondo, e l’architettura di riflesso, hanno di fronte oggi: come andare avanti. Magari come andare avanti, ma anche come vivere con le cose. Con le cose che sono già presenti.

Queste colonne e il modo in cui sono portate alla ribalta sono una risposta a questa domanda. Rappresentano ciò che viene chiesto all’architettura oggi. Nondimeno questa immagine potrebbe rappresentare una domanda sulla condizione umana attuale. Questo pensiero senza alcuna pretesa si è aggiunto all’idea della nostra installazione. Bisogna osare.

La settima colonna nello spazio – abbiamo parlato di sei più uno – è una colonna particolare. La settima colonna è particolare. Non è nella griglia delle altre, dato che è appena oltre l’angolo. Ed era – al momento della nostra prima visita – semplicemente bianca.

Dopo un’attenta osservazione e non senza immaginazione, questa colonna bianca diventa una collezione disegnata di tutte le idee e spunti che abbiamo trovato sulle altre colonne. Come stiamo cambiando la nostra attitudine nell’accettare può essere fonte di ispirazione, non solo per avere uno sguardo diverso su quello che non vediamo, ma anche modellare altre realtà meno importanti verso qualcosa di leggermente diverso. Non intervenendo attivamente. Ma facendo un piccolo gesto. Magari con un disegno.

Con un disegno che spesso non è né più né meno di un’idea. E un’idea su come andare avanti.

colore

Le sei colonne, e per estensione tutto lo spazio di Assab One, condividono la presenza di diversi colori. Di primo impatto questi colori sembrano semplicemente essere lì. E lo sono. La loro origine potrebbe essere semplicemente una scelta – gusto personale e segni del tempo, talvolta semplicemente un colore come simbolo -. E con questo senza alcun collegamento tra loro.

Ma attraverso un certo modo di guardare, astraendo i colori dalle loro superfici e possibili significati, i colori uno vicino all’altro rivelano una bellezza che li rende una premeditata palette di gusto.

Sul muro in fondo scandito dal ritmo delle mezze colonne, i sette diversi colori sono celebrati così come sono. In mezzo alle colonne e in parte su di esse sono semplicemente superfici colorate. Superfici colorate in quanto tali.

crepe

Più tardi, abbiamo visitato l’edificio che ospita Assab One. Stanze e ambienti. Corridoi e scale. Un mondo magnifico.

Su più di una parete abbiamo trovato tracce della storia dell’edificio. Di quelle tracce che saltano all’occhio. Piccole crepe quasi invisibili nell’intonaco che sembrano indicare sottili ‘movimenti’ presenti o di un tempo passato. Di certo rivelano l’età di tutto questo. Ma anche. Ciò che viene con l’età. La bellezza.

Qua e là in questo spazio stupendo saranno aggiunte altre crepe vicino alle crepe esistenti. Sottili linee di matita si troveranno poste tra le altre.

Dopo qualche tempo non sapremo più quali erano le linee reali e quali le linee di bellezza.

epilogo

Le colonne e la colonna. I colori semplicemente come tali. Le crepe e anche la bellezza. Tre interventi. Magari nemmeno interventi. Ma solamente introduzioni. Semplici introduzioni con la sola ambizione di cambiare il modo con cui siamo abituati ad approcciare le di cui siamo circondati. Una questione di cambiamento. All’inizio, un cambiamento mentale. Ma poi forse che non rende nemmeno così necessario un cambiamento fisico.

Il pensiero concettuale ci porta sempre dall’idea alla materialità. Il pensiero contestuale dalla realtà al cambiamento. Magari accettando ciò che è disponibile per essere adorato. Adorazione di ciò non sappiamo più adorare. E adorando ciò che non era più adorato, diventare semplicemente felici con ciò che abbiamo. Ancora.

 

Available. Accept. Adore.

onlY. simplY. happY.

 

AAA

YYY

Eppure si manifesta la relazione, Claudia Losi

“Eppure si manifesta la relazione, una piccola relazione che si espande come l’ombra di una nube sulla sabbia, di una forma sul fianco di una collina.“

Wallace Stevens, Connoisseur of Chaos

 

“Il paesaggio, quello che mi contiene, è un sistema di macchie di crescita che si muovono sulla superficie terrestre. È entità di superficie e superficie tra l’una e l’altra, tra macchia e macchia, crescono intrecci; e tra gli intrecci il vuoto. Non il vuoto del nulla, ma un principio dinamico, uno spazio-non-pieno, il luogo per eccellenza in cui avvengono le metamorfosi. Solo così le macchie non si oppongono tra loro, ma crescono in relazione. E solo nella relazione di un divenire reciproco le macchie di superficie crescono in profondità.
Il lichene, quello che sto ricamando, è un sistema di macchie di crescita che si muovono su una superficie di pietra-tessuto. È entità di superficie e superficie, e tra l’una e l’altra, tra rugosità rocciose e radici, crescono intrecci; e tra gli intrecci il vuoto. In questo vuoto lievitano, in modo mutevole, lo spazio e il tempo. Solo così la roccia e il lichene non si oppongono tra loro, ma crescono in un divenire reciproco. E solo così il loro incontro di superfici genera profondità.
Il ricamo, quello che sto facendo, è un sistema di macchie di crescita che si muovono su una superficie di tela tinta. È entità di superficie e superficie, e tra l’una e l’altra, tra filo e tela, crescono intrecci; e tra gli intrecci il vuoto.

Il punto ricamato, infatti, è un pieno e un vuoto, un concentrare e un diluire, un procedere e un fermarsi. È forma e tinta, volume e ritmo, è unico e vario.
Solo così il filo sottile, attraverso il punto, diventa profondità.”

Claudia Losi, Teorie di filo. Per un archivio di ricami naturali, Bologna, 1996

 

“Se il lichene è la “mappa” sul quale leggere, sul suo fronte e sul suo retro, i movimenti di crescita e di relazione, i piccoli universi/tenda, in tessuto fitto, latteo e semitrasparente, accolgono chi vi entra, da sotto e lo separano, creando uno spazio intimo, in una relazione parziale. Permettono di guardare, di vedere ed essere visti parzialmente, come tracce nebbiose.
Relazioni, paesaggi di relazioni mobili.
La cappella che appare sospesa, le tende bianche che accolgono fiori candele immagini sacre e creano uno spazio cultuale, ma non diviso precisamente dal contesto poiché suoni/ preghiere, canti e danze si sentivano/vedevano”

Maya Deren, Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti, 1947 ne I cavalieri divini del Vudu, Il Saggiatore, 1959

 

“Da tempo avremmo dovuto prendere l’abitudine di spostarci, di spostarci liberamente, senza che ci costasse troppo. Ma non lo abbiamo fatto: siamo rimasti lì dove eravamo; le cose sono rimaste com’erano. Non ci siamo chiesti perché fosse lì e non altrove, perché fosse così e non altrimenti. Poi, ovviamente, era troppo tardi. La piega era presa. Ci siamo messi a credere di stare bene là dove eravamo.”

George Perec, Specie di spazi, 1974

* Questa citazione di Perec è quanto mai attuale dopo quanto abbiamo passato, facendo una carambola rispetto al rapporto che siamo stati obbligati a cambiare con i nostri spazi. (C.L.)

  • Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce e architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten, onlY. simplY. happY., 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
    Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce e architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten, onlY. simplY. happY., 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
  • architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten, onlY. simplY. happY., 1+1+1 2021, Assab One © Jan De Vylder
    architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten, onlY. simplY. happY., 1+1+1 2021, Assab One © Jan De Vylder
  • Claudia Losi, Eppure si manifesta la relazione, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
    Claudia Losi, Eppure si manifesta la relazione, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
  • Claudia Losi, Eppure si manifesta la relazione e architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten, onlY. simplY. happY., 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
    Claudia Losi, Eppure si manifesta la relazione e architecten jan de vylder inge vinck/inge vinck jan de vylder architecten, onlY. simplY. happY., 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
  • Claudia Losi, Eppure si manifesta la relazione, 1+1+1 2021, Assab One © Michela Gallesio
    Claudia Losi, Eppure si manifesta la relazione, 1+1+1 2021, Assab One © Michela Gallesio
  • Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
    Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
  • Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
    Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
  • Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen
    Caretto/Spagna, ffLux_radici di luce, 1+1+1/2021, Assab One. Photo © Giovanni Hänninen

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