L’identità è una pratica relazionale, un “io plurale” che prende forma nel tempo, negli attraversamenti, nelle responsabilità. *
Matrici
Premessa
L’approccio metodologico di Marta Dell’Angelo è un processo circolare. La sua pratica non “produce” solo immagini, ma abita uno spazio di ricerca costante che si muove tra il corpo vivo, il documento (scritto, filmato o fotografato, disegnato) e la successiva trasfigurazione pittorica. Marta trasforma la pittura in un dispositivo fenomenologico in cui la teoria della visione si sposa con una profonda ricerca antropologica.
La sua pratica parte infatti dall’incontro diretto. L’artista conduce da anni una ricerca enciclopedica sulle posture (si pensi al suo libro Manuale del corpo umano in cui ha raccolto fotografato e disegnato corpi). Non usa modelli astratti, ma persone reali coinvolte in sessioni di incontro che diventano vere e proprie “performance relazionali” il cui focus si lega al gesto e alla postura. Nello stesso volume appare una sezione focalizzata sugli arti superiori e, in specifico, sulle mani presentate come una matrice generatrice di senso e di legami sociali e non come una semplice sineddoche del corpo, né come esercizio di virtuosismo anatomico. L’artista ha infatti lavorato spesso su progetti che coinvolgono la collettività. In questi contesti, la mano assurge a simbolo di cura ma anche di conflitto. La sua pratica artistica slitta così dall’isolamento nello studio all’apertura alla socialità: le mani “dipinte come pietra” diventano un omaggio alla resilienza umana e ad una auspicata durata dei legami nella loro complessità e contraddittorietà.
In questa mostra, attraverso un corpus di opere che isolano e analizzano le mani, l’anatomia si fa ancora più precaria, imprecisa nelle sue deformazioni.
La griglia e l’inconscio ottico
Prendendo le mosse dalle riflessioni di Rosalind Krauss, il lavoro di Marta Dell’Angelo, a mio parere, può essere letto attraverso la lente della “matrice” come struttura ordinatrice. Se la griglia modernista era per Krauss lo strumento per negare la narrazione a favore della struttura pura, Marta Dell’Angelo impiega una sorta di “griglia anatomica” trasformando le mani in unità di misura autonome.
In questa frammentazione potrebbe emergere quello che la Krauss definiva inconscio ottico: la rivelazione di ciò che sta sotto la soglia della visione cosciente. Le mani, ritratte dall’artista in gesti involontari, reattivi, in automatismi quotidiani diventano “indici”, tracce fisiche di un’esistenza che si manifesta al di là di un puro controllo razionale.
La matrice sociale e il circuito energetico
Come già sottolineato la ricerca dell’artista non si esaurisce nella formalizzazione: il suo è un lavoro di osservazione partecipata sulle modalità del contatto umano. L’unione di più mani –che si intrecciano, si sostengono o si sfiorano– diventa la rappresentazione visibile di una matrice relazionale. La sua pratica è come quella di una tassonomista che mette in atto e in forma le infinite varianti sociali. La mano “sente” l’altro, la verità del corpo, registrando le temperature di quell’incontro.
I graffiti realizzati con pastelli a cera e i disegni visibili in mostra, pur non essendo opere preparatorie alla pittura, ne rappresentano il sismografo energetico, mappature di movimento nello spazio. La relazione è qui intesa come un campo di forze fatto di prossimità, attrito, dipendenza, resistenza, adattamento.
In queste opere, dunque, il contatto non è solo un fatto plastico, ma l’innesco di un passaggio di energia. L’opera si fa conduttore in campo d’azione: ogni unione, ogni intreccio diventa il terminale di una rete invisibile che attraversa i corpi, trasformando il vuoto tra i soggetti in uno spazio carico di potenziale vitale.
In un’epoca di dematerializzazione Marta Dell’Angelo riafferma così la necessità “politica” del contatto, leggendo nell’unione delle mani il primo e fondamentale contratto sociale della nostra specie. Isolare la mano in questi dipinti non è un atto di sottrazione, ma di concentrazione con cui l’artista sintetizza una postura non certo solo fisica dei legami sottesi nello spazio. Nella complessità di questi intrecci ogni forma è modificata dal contatto con l’altra in cui, spesso, la relazione non chiarisce ma deforma e stratifica accogliendo compromessi e fatiche.
La mano è anche ciò che realizza l’opera. C’è dunque un gioco di specchi costante: l’artista usa la sua mano per dipingere le mani degli altri. Questo “cortocircuito” rende la sua pratica un’indagine riflessiva: l’azione di dipingere diventa una modalità generativa per comprendere l’azione di toccare, di entrare in contatto.
Geologia del Segno: la mano-pietra
In una nostra conversazione Marta racconta: “le mani annodate, intrecciate tra loro e sovrapposte sembrano dare vita a un dettaglio di paesaggio. Come se fossero pietre, radici, montagne o forme del mondo organico”.
Aggiungo: una sorta di geologia relazionale in cui la mano diventa territorio.
Ma c’è di più. Continua “L’idea che la forma ottenuta si trasformasse in qualcos’altro, superando la figurazione e l’idea di corpo come confine mi ha stimolato nel trovare numerose possibilità. Uno sconfinamento che ha portato le mani ad essere soggetto di questa trasformazione possibile che permette anche di vedere qualcos’altro”.
In questa sintesi, la carne sembra trasmutare la propria transitorietà biologica per acquisire la permanenza di un elemento scultoreo biomorfico.
Questo sconfinamento genera una tensione vibrante tra l’organico e l’inorganico: la carne non è solo rappresentata, ma è “scavata” dal segno pittorico fino a rivelare una natura litica.
Come nasce tecnicamente l’opera? Dopo una serie di scatti fotografici, nel processo di post-produzione l’artista compone il collage mettendo insieme le immagini; il collage diventa un modello che inizia a dipingere fuori scala, sospeso in uno spazio bianco. “Lo sfondo è come se ricordasse lo spazio infinito così come il vuoto da cui sembra nascere tutto. Questo spazio permette l’emergere della dimensione volumetrica rendendo il soggetto simile a una scultura”.
Un aspetto cruciale della poetica di Dell’Angelo risiede nella sua natura di “raccoglitrice di pietre” durante le sue camminate. La natura ingloba specie diverse o artifici dell’uomo: le sue mani dipinte evocano questa integrazione.
L’attitudine biografica si riflette poi in una palette cromatica desaturata fatta di terre, grigioverdi calcarei e venature minerali e in un segno che sembra appunto scolpire la materia sulla tela. Il suo modo di dipingere (“quasi scolastico” come afferma l’artista) si trasforma in gesto salvifico attraverso lo sfregamento del colore, riuscendo a dare forma scultorea a una superficie bidimensionale.
Le mani di Marta possiedono la densità e la temperatura dei sassi e delle pietre modellati dal tempo in cui il corpo è evocato. La forma vitale è trasmessa dai volumi. Trasformare la carne in pietra e la pietra in carne, significa poi sottrarre la relazione alla caducità del tempo biologico per consegnarla alla stabilità della materia minerale. I dipinti sono accompagnati da titoli inequivocabili (Roccia arenaria, Pietra carsica, Sasso...). Si compie così una fusione in cui l’anatomia obbedisce a leggi di sedimentazione: l’incastro dei gesti non è più solo umano, ma diventa una struttura geologica permanente. Come si scelgono e si accostano le pietre per costruire un fondamento, così Marta Dell’Angelo accosta le mani: la loro unione evoca un incastro litico, un’architettura solida e imprescindibile su cui poggia l’intero edificio della convivenza umana. La mano-pietra è, infine, la pietra angolare della sua matrice: un lacerto di umanità che ha la forza ineluttabile della terra.
La relazione assume un peso fisico e percettivo. Le mani che dipinge non fanno che restituire una solidità minerale a quei gesti di contatto che, diversamente, svanirebbero nel flusso indifferenziato del quotidiano.
*Leandra Bruzzone,Fare mostre. Pratiche curatoriale orizzonti di senso; 2023,Postmedia books