GEOMETRIE PER SONIA DELAUNAY E JOSEPH BEUYS

GEOMETRIE PER SONIA DELAUNAY E JOSEPH BEUYS

Lucia Pescador 

a cura di Marta Sironi

 

Lucia Pescador, Geometria, 2021 © Roberto Marossi
Lucia Pescador, Geometria, 2021 © Roberto Marossi

ORARI DI APERTURA
Dal 28 ottobre al 27 novembre
Dal mercoledì al venerdì dalle 15:00 alle 19:00 e su appuntamento

INAUGURAZIONE
Inaugurazione giovedì 28 ottobre dalle 16:00 alle 20:00

EVENTI
Visita guidata con l’artista e la curatrice giovedì 11 novembre alle 18:00, apertura fino alle 20:00
Finissage alla presenza dell’artista sabato 27 novembre alle 18:00

Accesso libero con tessera Assab One 2021/2022 (€10)

Per informazioni info@assab-one.org

Assab One, in collaborazione con APalazzo Gallery,  presenta la mostra Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, personale di Lucia Pescador (Voghera, 1943).

Con questa mostra, Pescador porta nello spazio dello Studio 3 due grandi figure del Novecento, Sonia Terk Delaunay e Joseph Beuys, qui evocati attraverso i loro abiti, opere su carta e pellicola rispettivamente del 2020 e del 2011. Questi lavori fanno da contrappunto a opere dell’ Inventario di fine secolo con la mano sinistra, ciclo di ricerca che l’artista porta avanti dall’inizio degli anni Novanta. La mostra, che comprende nuove produzioni, opere d’archivio e un intervento site-specific, vuole essere un compendio dell’analisi visuale condotta dall’artista nel suo studio, che è ricreato al centro dello spazio espositivo.

Testo curatoriale di Marta Sironi

Dall’inizio degli anni Novanta Lucia Pescador ricopia frammenti della cultura visiva del Novecento all’interno del suo Inventario di fine secolo con la mano sinistra, un ampio campionario di opere in cui è ascrivibile gran parte della sua ricerca anche attuale.

Un Inventario che procede per voci, di cui per la mostra si sono selezionate opere dal 1992 a oggi che rispondono alla voce Geometria, intesa in senso lato come un segno ricorrente delle avanguardie. Le geometrie qui raccolte sono un omaggio a due protagonisti – Sonia Terk Delaunay e Joseph Beuys – che accompagnano idealmente l’artista attraverso il Novecento. Figure evocate anzitutto dai loro abiti – il vestito di patchwork della Delaunay (1913) e quello di feltro di Beuys (1970) – e da un contrappunto di grandi opere provenienti dall’Inventario, tra cui alcuni vasi, diventati nel tempo un suo segno distintivo.

Al centro dello spazio espositivo è invece ricreato un ambiente più intimo che ricostruisce idealmente lo studio dell’artista, e in particolare la parete di lavoro dove si compongono le sue opere corali. Tra queste anche gli ultimi lavori accomunati dal titolo In tempo di virus, con pagine di album che distillano geometrie colorate che si riallacciano al lavoro della Delaunay oppure la serie Cartilagini, su vecchie veline di album fotografici, materiale denso di suggestioni organiche in dialogo con la sensibilità espressa da Beuys.

Sonia Delaunay e Joseph Beuys sono per Lucia Pescador un viatico, delle guide che ispirano la sua opera di raccolta di frammenti di bellezza e di memoria storica da traghettare nell’attualità attraverso il disegno. Un disegno che pervade fogli di libri, pagine di registri contabili, quaderni, lettere e cartoline così come lavagne, vasi, abiti e cappelli. Oltre al disegno Lucia Pescador utilizza spesso anche la pellicola su cui stampa in negativo per aumentare l’aspetto evocativo tipico di tutta la sua opera e suggerire atmosfere notturne a lei particolarmente care. Le suggestioni provenienti dai due artisti si condensano infine in ‘diari filatelici’ dedicati: ulteriori partiture del divagare dell’artista su brandelli di memoria che orchestra nella sua opera corale.

Intervista di Marta Sironi su Apartamento #27

Lucia Pescador: raccoglitrice di memoria

intervista di Marta Sironi pubblicata su Apartamento #27 2021

Prima di conoscere Lucia Pescador ho visto e amato all’istante la sua opera, incontrata per la prima volta a casa di un amico collezionista di arte africana. Invece di soffermarmi sui tanti oggetti e sculture africani mi cadeva sempre l’occhio, e rimanevo incantata, ogni volta che intercettavo il segno di Lucia. È poi venuto il momento di conoscerla, non ricordo come e quando, ma so che per me è stato, nonostante la differenza d’età, come ritrovare una vecchia amicizia, complici forse certa consonanza caratteriale ma anche la comune ammirazione per l’arte e i manufatti del Novecento.
Per Lucia, nata nel 1943 a Voghera (Italia), il Novecento è il secolo che ha vissuto, del quale si è nutrita e di cui è pervasa tutta la sua opera. È probabile che l’aspetto che mi fa sentire così familiare il suo lavoro sia il processo di traghettamento di frammenti dell’ultimo secolo ‘materiale’ entro lo spazio immateriale dell’attualità dominata piuttosto dalla tecnologia. Operazione non così lontana dal mio lavoro di storica-archivista. Sotteso al comune operare c’è un quotidiano relazionarsi con la memoria e, in un certo senso, perfino con la scelta di quale frammento del passato tramandare alla storia. Già alla metà degli anni settanta (quando io nascevo) Lucia definiva così la sua arte: “Il mio fare è uno strappare. Strappo brandelli di carta e li conservo come reliquie. Frammenti di categorie di conoscenza, documenti di emotività – di ricordi. Li metto tutti in un contenitore ponendoli in contrapposizione o ribaltandone i significati – in un modo che vuole essere ludico, privato e storico. Tutti hanno lo stesso peso di particolare senza gerarchia di valori”. Ipotesi astronomiche, Ipotesi d’identità, Lo schedario del colore del cielo, Reliquiario botanico, Raccolta d’ombre sono alcune serie degli anni settanta in cui l’artista utilizza un metodo ‘scientifico’ per visualizzare irrazionali proiezioni del futuro.
Il suo percorso non è ascrivibile a nessuna corrente artistica anche se il suo interesse per la cultura e la memoria, soprattutto dalla fine degli anni ottanta quando inizia a lavorare sulle avanguardie storiche, è ascrivibile a un atteggiamento postmodernista, anche se in chiave poetica. All’inizio degli anni Novanta ricopia tutto ciò che la affascinata della cultura visiva del Novecento, iniziando un ampissimo ciclo, l’Inventario di fine secolo con la mano sinistra, entro cui è possibile leggere tutta la sua opera fino a oggi.
Proprio come in un vero archivio, il suo processo di inventariazione è lento ed estraneo alla velocità del nostro tempo, piuttosto sfruttata dall’artista quale condizione idea che rende subito tutto memoria, permettendole di raccogliere e copiare tali frammenti nella sua valigia di fine secolo, il bagaglio di meraviglie che intende traghettare nell’attualità. Un atteggiamento che Walter Benjamin attribuiva all’Angelus Novus di Paul Klee, “l’angelo della storia” con il volto rivolto al passato e le ali spinte irresistibilmente nel futuro: “Ricopio per rimpadronirmi con la mano sbagliata delle immagini che mi commuovono e mi appartengono. (…) Cerco di fermare, ricopiando le immagini che volano su vecchi fogli di carta e inchiodandoli sul muro cerco di ricostruire un mio senso di vita”.
Entrare in casa di Lucia, luogo anche del suo lavoro, è come entrare in un mondo parallelo, una specie di Arca di Noè dove Lucia ha messo in salvo tanti piccoli frammenti di bellezza. Questa magia di entrare in uno spazio protetto si rinnova ogni volta, reso ancora più piacevole all’idea di trovare la grande parete dello studio allestita con i lavori in corso.

Q: Il tuo appartamento è pieno di tue opere ma anche di oggetti che collezioni, anche se questo termine non mi sembra adatto: non sono oggetti di design da mettere in bella mostra, ma piuttosto oggetti anonimi, per lo più ceramiche e vecchi giocattoli. Sono così tanti gli oggetti e le immagini presenti in casa tua che non è facile distinguere le tue opere da ciò che hai raccolto, come se effettivamente il tuo sguardo, quello che ti porta a scegliere quel determinato oggetto, sia del tutto consonante al tuo fare artistico. Varcare la soglia di casa tua significa entrare nel tuo mondo, oserei dire in una tua opera. Come lo racconteresti questo tuo mondo? Da cosa è costituito?
A: Partirei da un aneddoto della mia infanzia. Nel cortile della casa di ringhiera dove abitavo c’era un signore che faceva lo straccivendolo: andava con un triciclo alla discarica a raccogliere vari materiali da rivendere, che ammucchiava in un suo piccolo deposito. Per me entrare lì dentro era come entrare nella grotta di Ali Babà e i quaranta ladroni: c’era addirittura la zona giocattoli… Forse è di lì che viene questo mio modo di vedere dei tesori nelle cose di scarto. Appartengo alla tribù delle raccoglitrici, un lavoro da sempre prerogativa delle donne, cercatrici di frutti e semi, mentre gli uomini andavano a caccia.
Ho una fascinazione per gli oggetti e soprattutto per le storie di cui sono portatori. Nel tempo, dagli oggetti sono passata a raccogliere immagini, soprattutto d’arte, di decorazioni e oggetti d’artigianato. In generale mi interessa la cultura, intesa come conoscenza e racconto. Infatti più che il singolo pezzo cerco le relazioni, sia tra gli oggetti sia tra le immagini: per me uno più uno non fa due ma tre, perché la somma di due oggetti richiama una catena di relazioni, e forma già il nucleo di un racconto. Sono forse un po’ animista: per me gli oggetti trasportano l’umanità di chi li ha creati o di chi li ha usati. Raccolgo oggetti portatori di memoria. Tutto il mio lavoro si svolge sulla memoria, in particolare sulla memoria del Novecento.

Q: Sei un’artista molto produttiva, per te disegnare quotidianamente è una pratica abituale, come per le persone in generale prendere il caffè al mattino. Disegni quindi ogni giorno, ma in tutta la casa non c’è un tavolo libero. Come fai?
A: È come un lavoro: mi sento in dovere di farlo. Come uno che va tutti i giorni a lavorare: avendo queste doti sento che devo usarle. E poi lavorare mi dà gioia: c’è chi soffre e chi soffre meno. C’è chi sta su una frase quattro giorni: in quel caso soffrirei perché non cerco la perfezione ma piuttosto la comunicazione. Nel mio lavoro attuo lo stesso sistema che ho nel raccogliere gli oggetti: non mi interessa l’opera singola ma la relazione e la comunicazione tra le opere. Infatti lavoro per temi. Il mio lavoro è un canto a più voci: amo i cori e non le voci soliste. Sicuramente lo spazio a disposizione condiziona il modo di lavorare. Tutti i lavori grandi li ho fatti a parete. Una volta facevo lavori più grossi: avevo più spazio ma anche più forze.
Ora faccio prevalentemente lavori piccoli, ricavandomi ogni giorno un angolo del tavolo sommerso di carte, ma li colloco comunque a parete per studiare la composizione. Capisco cosa sto facendo solo guardando da lontano. Ho sempre messo i disegni al muro per vederli: mi aiuta a capire come procedere, la direzione da prendere.

Q: Nel tuo appartamento (che è anche il tuo atelier) non c’è un tavolo libero ma c’è una grande parete bianca dove allestisci il lavoro in corso, spesso mischiando gli ultimi lavori con alcuni pezzi del passato. Raccontaci un po’ di questo tuo procedere per montaggio? E quanto questo modo di lavorare sia legato al tuo amore per il cinema?
A: Sì, quando compongo la parete è come fare un montaggio cinematografico. Tolgo, metto, aggiungo… ho più volte detto che ‘da grande’ farò la regista. Anche i titoli entrano a far parte dell’opera, scritti in ciascun disegno, come note a piè di pagina che ne accompagnano la lettura. Per me l’opera è la composizione ma non è facile vendere un’intera parete: di solito si vendono le ‘voci soliste’, quelle che si notano di più, e immediatamente. Mi consolo pensando a tutte le storie mitologiche, greche ed egiziane, in cui le divinità venivano fatte a pezzi e buttate in giro. Così avviene per le mie pareti che vengono continuamente smembrate. Fatta una parete, la fotografo e inizio a smontarla: procedo gradualmente, da un angolo. Nel cambiamento c’è quindi una sorta di flusso: è la vita che scorre. Spesso ho introdotto i miei cataloghi con una frase che suggerisce questo mio modo di procedere, il mio mondo: Camminando farneticheremo della vita e della morte.

Q: La parete di lavoro si trova nell’ambiente più grande del tuo appartamento, quello che si può considerare l’atelier ma anche il salotto. In questo grande spazio ti immagino in un’alternanza tra lavoro e riposo. Riposo che per te significa guardare un film ma soprattutto leggere. Nonostante ci siano librerie in ogni stanza (anche in cucina) sono praticamente invisibili perché piene di oggetti. Qui, invece, accanto al divano c’è sempre un’ampissima scelta di libri che stai leggendo. Raccontaci un po’ del tuo salotto?
A: Alle pareti ci sono due miei grandi lavori – in particolare quello dedicato a Braque, un caminetto, parte del mio Inventario del Novecento – ma soprattutto opere di amici. Opere piccole così ce ne stanno tante. La considero una pinacoteca sentimentale: quando sono qui seduta, vedo i lavori dei miei amici ed è come se fossero tutti qui.
Leggo tanto, dopo pranzo e alla sera, a volte anche durante il giorno.
In casa mia non c’erano libri, era l’immediato dopoguerra e nei quartieri popolari non circolavano tanti libri. Quando però passava un venditore ambulante – un ebreo turco che chiamavano ‘il professore’ perché veniva da una famiglia benestante ma, reduce dai campi di sterminio, andava in giro con una valigia a vendere merceria, e qualche libro usato – mi compravo sempre qualche libro a pochi soldi. Aveva soprattutto uno scrittore inglese di gialli, Edgar Wallace: li ho letti tutti! Credo che venga da qui la mia passione per i gialli.

Q: L’intera costellazione della tua casa-studio non è mai immobile. Spesso usi gli oggetti nei tuoi allestimenti oppure utilizzi i giocattoli per piccole messe in scena che fotografi. Durante il primo lockdown, lo scorso marzo, molti giocattoli ti hanno tenuto compagnia, mi pare?
A: Si, con i giocattoli costruivo una scena al giorno e la fotografavo. Ho tante foto, poi magari ne farò qualcosa … La serie si chiama: sì, sì siamo tutti in casa. E i giocattoli ne facevano di tutti i colori. Magari c’erano solo animali che dicevano anche loro sì, sì siamo tutti in casa. C’erano anche i morti buttati sotto il tavolo. Torna di nuovo la mia vena da libro giallo.

Q. Molti aspetti della tua opera riportano al mondo del teatro: le maschere, gli abiti e i cappelli su cui intervieni con la pittura, le valige piene di oggetti e accessori. Da quanto mi racconti sembra che anche questa componente venga in parte dalla tua esperienza infantile nei cortili popolari dell’immediato dopoguerra, dove anche i venditori ambulanti erano delle specie di maghi con la valigia piena di cose sorprendenti, soprattutto per voi bambini.
A. Non c’era molto altro, per cui mentre le donne compravano mutande ed elastici, tutti i bambini si accucciavano attorno alle valigie. Le valigie, soprattutto le vecchie valigie di cartone, continuano ad affascinarmi e ne ho realizzate diverse con dentro le maschere di animali. Apri la valigia e c’è uno spettacolo pronto. È come una favola: ti meraviglia, un po’ fa piacere, un po’ spaventa….

Q: In questo processo di compenetrazione tra arte e vita, qual è la stanza meno coinvolta? Forse la cucina, nonostante tu abbia spesso fotografato il tuo tavolino apparecchiato? oppure la camera da letto? Anche se in assenza di un tavolo grande, i tuoi ospiti sono soliti vedere il letto trasformarsi in una superficie espositiva. Letto che ha una forma particolare e ricorda le tue opere degli anni Ottanta, chi l’ha disegnato?
A: Per molto tempo ho fatto le foto del tavolo della colazione perché pensavo a un lavoro – la colazione della mattina – ma per ora non ne ho ancora fatto nulla.
Il letto è stato disegnato da un amico, e mio collezionista, Giorgio Magnoni, grande collezionista anche di Osvaldo Licini. Nel progettare il letto si è ispirato ai miei Giardini d’inverno degli anni ottanta. Alcuni erano coperti dalla tenda: torna ancora una volta l’effetto teatrale. L’ha immaginato anche un po’ volante, su ruote come un carro.
Mi piace abitare in un negozio: la libreria della camera da letto è un mobile con vetrina dove i libri sono mischiati a oggetti. Quando avevo visitato il Museo Guimet a Parigi, il museo delle Arti Orientali (prima che venisse rinnovato) c’erano oggetti preziosi ma anche tanti mobili e utensili: è lì ho visto che nella tradizione cinese scrivevano e dipingevano gli armadi. Anch’io intervengo sui miei arredi, e in questo caso ho copiato una frase del pittore seicentesco cinese Shitao, che trovo eccezionale e molto contemporanea: “Io parlo con la mia mano tu ascolta con i tuoi occhi”.

Q. Il bagno è più sobrio ma comunque le pareti sono piene di immagini del Novecento – in particolare pagine a strisce del “Corriere dei Piccoli” – e c’è di nuovo un armadio-vetrina con i vasi che dipingi.
A. Il “Corrierino” è stato il mio libro di lettura: in casa non c’erano i libri ma mia nonna mi comprava il “Corriere dei Piccoli”. Pensa che anche l’abitudine di disegnare con la mano sinistra è iniziata, per gioco, perché volevo copiare dei personaggi del giornalino ma con la destra mi venivano troppo assomiglianti. Così ho iniziato a usare la sinistra che all’inizio era totalmente diseducata per cui ottenevo risultati che parevano disegnati da un bambino.
È poi diventato il mio modo di lavorare soprattutto dall’inizio degli anni Novanta quando ho iniziato a copiare le opere del Novecento: la mano sinistra esalta l’aspetto espressivo e interpretativo e si adatta bene a evocare il processo di destrutturazione della rappresentazione accademica avvenuto durante il Novecento.
I vasi sono un soggetto ricorrente nella mia opera, il più noto. I miei dipinti con i vasi sono spesso molto grandi, lontani dalle dimensioni dell’oggetto reale. In alcuni casi ho riprodotto dei pezzi della mia collezione – la raccolta di tazze e ceramiche dipinte a spruzzo è l’unico nucleo coerente di oggetti che si può forse chiamare ‘collezione’ – in altri casi, invece, ho replicato la forma canonica di anfore e vasi per la loro bellezza formale. I vasi che conservo in bagno sono ceramiche che compro e sulle quali disegno, con pastelli e matite, le stesse citazioni del Novecento che riproduco anche su carta, lavagne, ma anche abiti e cappelli.

Q: Per concludere tornerei al ruolo della memoria nel tuo lavoro per evidenziare l’incidenza del tuo operare nel presente, nonostante le tue opere sembrino venire da lontano, soprattutto per i supporti che usi, per lo più carte già scritte (spartiti, pagine di libri, registri contabili, quaderni di scuola…). In questo lungo periodo di pandemia hai lavorato a diverse serie su temi ricorrenti della tua ricerca (le geometrie e l’eredità culturale del Novecento, la natura e i paesaggi) rivisti in un certo senso alla luce di quanto sta avvenendo, accomunandoli con il titolo In tempo di virus. In quest’ultimo periodo hai lavorato soprattutto su pagine di libri: se da una parte c’è una ragione contingente – stando più a casa hai avuto tempo di fare ripulisti tra vecchi libri recuperati da anni nei mercatini – dall’altra la consistenza di questa tua operazione sembra trasformarsi piuttosto in una ragione programmatica. La scelta quasi esclusiva, in questo periodo, di intervenire su pagine di libri ti ha permesso una scrittura costante, direi ancora una volta quotidiana, anche su questo ultimo capitolo di Storia che stiamo vivendo. Si tratta di una registrazione sentimentale inserita però in un orizzonte più ampio delineato ancora una volta da natura e cultura. Hai lavorato così tanto in questo periodo che è impossibile presentare qui tutte le nuove serie, ti chiederei qualcosa del lavoro che stai svolgendo ora e che vediamo composto nella parete del tuo studio.
A: In questo periodo di costrizioni per la pandemia ho preso l’abitudine di fare un giro tra gli alberi ogni mattina. Osservandoli più attentamente ho pensato di disegnarli, perché saranno loro che ci salveranno: gli alberi per la natura in generale. Ho quindi iniziato a disegnarli con soli due colori, il nero e il rosso, il colore che ho usato prevalentemente in questo periodo di covid, utilizzando linguaggi diversi: un po’ lirico, un po’ più a fumetto, oppure con sintesi che richiamano l’Oriente. Spesso i miei lavori richiamano l’Oriente: non me ne accorgo neanche, è semplicemente dovuto al fatto che nella nostra cultura figurativa manca una descrizione realistica e al contempo essenziale. Attorno a questi disegni ho messo, come mio solito, anche qualche altro lavoro. Anzitutto il cervo, un animale che trovo molto misterioso, quasi totemico. Un animale di forte presenza, che fa quasi un po’ paura perché è grande (non mi piacciono i bambi, ma i cervi!). Le corna hanno qualcosa a che vedere con gli alberi e poi si nascondono e si mimetizzano nella natura. Il disegno del cervo è del 2001 e viene dalla voce ‘enigmistica’ del mio Inventario del Novecento: infatti le corna sono copiate da un gioco enigmistico, sono intrecciate tra loro come un segno di infinito. Ci sono anche dei rilievi in carta di riso di una piccola scultura di un cervo con la quale pensavo di realizzare una decorazione, alternando il rilievo del cervo con una piccola fotografia di natura. Amo molto la decorazione, la decorazione architettonica: la considero una forma d’arte. Pensa a un duomo romanico, come quelli che ci sono in Toscana, con la facciata a righe bianche e nere: senza l’elemento decorativo sarebbero un’altra cosa. Quando la decorazione è di qualità per me è arte, ammesso che si consideri arte l’architettura.
Quando inizio una parete le immagini e gli oggetti si chiamano. Ho quindi aggiunto dei rami che qui sento come le ossa degli alberi, come la parte strutturale della natura. Li raccolgo da sempre perché li trovo belli… ho raccolto anche pezzi di corteccia di platano con cui sto facendo delle cose astratte, che magari poi aggiungo. Nella composizione ho poi aggiunto un labirinto (ma magari non rimane lì) e delle croci con la scritta icona che vengono dall’Inventario, ispirate all’opera di Kazimir Malevič, ma qui simboleggiano il valore sacrale che diamo alla natura.
A me piace dipingere sia motivi astratti che realistici. Quello che mi interessa è che si capiscano. Con il Novecento abbiamo un po’ svalutato la rappresentazione realistica, con la scusa che c’era la fotografia. Ma la fotografia è un’altra cosa. La rappresentazione realistica andava svalutata ma ora è un po’ troppo… Mi sembra un dibattito di inizio Novecento che non dovremmo nemmeno più porci. Mi chiedo sempre: “i simboli sono realistici o astratti?”Mi piace vedere una cosa banale, come il tronco o i rami di un albero, e accorgermi che ha un fascino e diventa un simbolo.

Biografia

Lucia Pescador (Voghera, 1943) si è diplomata all’Accademia di Brera, iniziando la propria carriera artistica negli anni sessanta. Ipotesi astronomiche, Ipotesi d’identità, Lo schedario del colore del cielo, Reliquiario botanico, Raccolta d’ombre sono alcune serie degli anni settanta in cui l’artista utilizza un metodo ‘scientifico’ per visualizzare irrazionali proiezioni del futuro.

La dialettica tra cultura e natura è il tema d’interesse anche negli anni successivi quando, a partire dalla mostra Dalla natura alla ragione a Palazzo dei Diamanti di Ferrara (1977), Lucia Pescador è parte del Gruppo Metamorfosi. Dall’inizio degli anni Novanta l’artista ricopia frammenti della cultura visiva del Novecento all’interno del suo Inventario di fine secolo con la mano sinistra, un ampio campionario di opere in cui è ascrivibile gran parte della sua ricerca anche attuale.

 

Nel 1992 si è tenuta una sua prima antologica a cura di Lea Vergine (Milano, Galleria Credito Valtellinese, Refettorio delle Stelline), seguita dalla mostra a cura di Martina Corgnati che nel 2000 presenta Inventario di fine secolo con la mano sinistra (Abbazia Olivetana di Rodengo Saiano, Brescia). Nel 2010 Gabriella Belli presenta la sua Wundernachtkammer a Palazzo Te di Mantova. Una sua camera delle meraviglie, La memoria del fuoco, è allestita nel 2017 presso la Collezione Riccardi di Rivanazzano Terme. All’estero ha esposto soprattutto in Olanda e Belgio, ma a Londra, New York, Los Angeles, Mumbai e Shanghai. Le ultime mostre personali di Lucia Pescador sono dedicate rispettivamente alle voci Natura e Geometria del suo Inventario: Lucia Pescador quando si allarga l’aria. Erbari e altre storie, a cura di Francesca Alfano Miglietti (Milano, Nonostantemarras, 2019) e Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys (Milano, Assab One, in collaborazione con Apalazzo Gallery di Brescia).

  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Melania Dalle Grave, DSL Studio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio
  • Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio
    Lucia Pescador, Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys, ASSAB ONE © Michela Gallesio

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