Marissa Morelli e Max Rommel

Case di cartone

aprile-maggio 2009

Marissa Morelli e Max Rommel

Case di cartone

aprile-maggio 2009

Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, Assab One 2009

Il 9 ottobre 1963 si stacca dalla costa del monte Toc in Friuli, una frana lunga 3 chilometri, da oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. La frana arriva a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale. L’impatto con l’acqua causa due ondate: la prima si schianta contro la montagna, la seconda, scavalca la diga e, precipitando verso la valle, travolge Longarone e altri paesi limitrofi, causando la completa distruzione della città e la morte di quasi 2000 persone. La comunità riprende subito a ricostruire il tessuto sociale distrutto, ma viene deciso di costruire anche alcuni paesi ex novo. Vengono così progettati da zero il comune di Vajont e altri centri più piccoli, come in provincia di Belluno, dove gli abitanti sfollati si insediano. Alcune di quelle famiglie continueranno ad abitare in quelle case prefabbricate, per oltre 40 anni.

 

La mostra

Il 9 ottobre 1963 si stacca dalla costa del monte Toc in Friuli, una frana lunga 3 chilometri, da oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. La frana arriva a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale. L’impatto con l’acqua causa due ondate: la prima si schianta contro la montagna, la seconda, scavalca la diga e, precipitando verso la valle, travolge Longarone e altri paesi limitrofi, causando la completa distruzione della città e la morte di quasi 2000 persone.
La comunità riprende subito a ricostruire il tessuto sociale distrutto, ma viene deciso di costruire anche alcuni paesi ex novo. Vengono così progettati da zero il comune di Vajont e altri centri più piccoli, come in provincia di Belluno, dove gli abitanti sfollati si insediano. Anche in provincia di Pordenone, a Claut, tra le montagne friulane, in seguito a quel disastro, vengono costruiti 50 alloggi prefabbricati per la sistemazione provvisoria delle famiglie “sfrattate” dal disastro. Il villaggio viene collocato poco fuori dall’abitato, su una radura pianeggiante e soleggiata.
Alcune di quelle famiglie continueranno ad abitare in quelle case prefabbricate, per oltre 40 anni.
Marissa Morelli e Max Rommel hanno documentato, tra il 2005 e il 2008, ciò che rimaneva del villaggio confinato fuori Claut (PN). Le strutture precarie adibite ad abitazione hanno continuato ad esistere molto più a lungo di quanto era stato programmato, sfidando le leggi del tempo, trasformando il paesaggio, creando una memoria di quartiere, tracciando ed allargando confini. Nell’estate del 2008 il villaggio è stato demolito.
Il lavoro mostra ciò che rimane dell’identità di quei luoghi e della memoria privata e collettiva degli abitanti ed è stato raccolto in una prima mostra e in un libro (Case di cartone, Spilimbergo Fotografia 2008, a cura di Antonio Giusa e Case di cartone/Cardboard houses, Forum ed., Udine, 2008). Ad ASSAB ONE viene presentato un allestimento inedito che comprende due serie di fotografie, circa venticinque C-print, dodici digital print e due video.

Biografie

Marissa Morelli (Paesi Bassi, 1967) e Max Rommel (Pordenone, 1972), vivono e lavorano a Milano. Attraverso la otografia e il video indagano le realtà della sottrazione, la memoria dei luoghi, delle persone e delle cose. Nel 2004 hanno creato WOM/workingonmemory: un serbatoio di microstorie, un archivio di memorie, un corpus visivo ed orale sottratto alla dimenticanza.
Tra le mostre a cui hanno partecipato: Arte XXI, Centro Culturale Aldo Moro, a cura di Chiara Tavella, Cordenons (PN), 2009; Case di cartone, Spilimbergo Fotografia 2008, a cura di Antonio Giusa, 2008; Luoghi della memoria/Places of Memory. 20 anni di fotografia nei cotonifici dismessi del pordenonese, Ex convento di San Francesco, Pordenone, a cura di Antonio Giusa, 2008; Storia di una strada, Villa Carinzia, Pordenone, 2004.

Il loro lavoro è stato documentato nei libri Storia di una Strada, M&B, Pordenone, 2004 e Case di cartone/Cardboard houses, Forum ed., Udine, 2008.

Lo sguardo interno dell'esteriorità, di Gian Mario Villalta

Non ho visitato questo posto, non ho visto queste case, non ho conosciuto queste persone. Dirò quello che vedo in queste fotografie, nel vedere che offrono al mio sguardo e nell’intenzione che lo costruisce mediante una meditata regia. Mi fiderò di questo vedere, perché mi dà fiducia.

Non percepisco la ricerca di originalità a tutti i costi, in queste immagini, né la volontà di ritrovare illustrata nelle immagini una propria idea; per questo ho fiducia, perché sento che la volontà di comprensione e di vicinanza chiede risorse alla forma, pure così ben studiata e conosciuta, e non è la volontà della forma – come spesso accade – a imporsi sulla materia.

La vicenda di queste persone, la storia di queste abitazioni, la realtà che si espone in queste immagini non aggredisce (eppure è una vicenda ‘forte’, una pagina drammatica della storia) ma emerge con quieta potenza e, aggiungerei, con delicatezza, dalla composizione. E così lo sguardo scava un suo sentiero di ragionamento, che dalle prime impressioni, tutte di attenta intensità, ma anche di oggettiva concentrazione, trova la via per un incessante confronto con alcuni temi essenziali. Ne risulta un approfondimento e, quasi, un rovesciamento dei giudizi abituali su alcuni luoghi della riflessione che oggi sono diventati comuni.

Uno di questi è la precarietà, la provvisorietà dei valori e dei riferimenti, argomento dominante per la definizione dell’attuale ‘liquidità’ (per usare la fortunata nozione di Zygmunt Bauman) della nostra esistenza. A questa liquidità, che definisce il senso dell’incostante e inarrestabile mutamento della realtà in cui viviamo, e che determina l’insicurezza e la disforia attualmente diffuse, opponiamo i simboli della protezione, dell’assolutezza del valore, della durata nel tempo. Con esiti mediocri, palliativi presto smascherati. Così le nostre case sono munite di sbarre e di allarmi, di dispositivi in cui il cosiddetto ‘comfort’ si riveste sempre più spesso del carattere dell’autodifesa. Così scegliamo l’arredamento puntando sulla certezza del gusto, sulla durevolezza – ben sapendo di condiscendere ugualmente alla moda – sull’originalità che dovrebbe testimoniare di una nostra precisa e non scalfibile identità personale. Eppure, guardando queste foto, qualcosa di diverso viene in evidenza. C’è una durata che non vuole imporsi nel tempo o sul tempo, ma che si offre come luogo di un permanere del tempo. C’è un’intimità essenziale, che toglie il velo al nostro pregiudiziale convincimento sulla natura della protezione domestica. Un’intimità che si protegge da sola, oserei dire, tanto più sottile è il riparo che le viene offerto dalla precarietà e quanto è più forte il bisogno di vicinanza e condivisione di uno spazio sottratto all’imponderabile degli eventi. Sono ‘casa’ questi interni, dove ci è dato non solo di gettare uno sguardo curioso o valutativo, ma dove lo sguardo è invitato a soffermarsi, percepire una qualità, uno stare.

Questi interni sono ‘casa’ in un’evidenza più chiara e essenziale di tutte quelle che possiamo trovare nelle immagini delle pubblicazioni o delle riprese commerciali che propagandano sicurezze e serenità domestiche, alle quali ci uniformiamo inconsapevolmente. Ci sono vite che hanno questo luogo come riparo della loro intimità essenziale, non c’è alcun dubbio. Com’è inafferrabile, com’è fragile tutto ciò, e come allo stesso tempo è potente! Per lo stesso motivo che porta le più solide case, quando non sono abitate, a un rapido guasto e a una improvvisa catastrofe (e che appare misterioso anche quando la ragione lo spiega in ogni dettaglio) queste abitazioni, esempio della provvisorietà, mostrano che non sono le mura a ‘fare casa’, né i più perfetti e confortevoli ritrovati della tecnologia, ma è l’umanità che si dispiega nella vita quotidiana, quando costruisce lo spazio interno del proprio stare nel mondo. Con queste osservazioni non intendo dire che la precarietà viene sconfitta, o annullata, ma proprio il contrario: nella luce più evidente della precarietà appare inconfondibile l’essenza dell’intimità, della protezione, che dà sostanza a una dimensione materiale, ma allo stesso tempo la trascende, per mostrare, se ce ne fosse bisogno (e oggi ce n’è parecchio bisogno), che la qualità della dimensione materiale deriva dai gesti e dalla condivisione della vita, e non viceversa.

Un altro motivo di riflessione, che deriva dall’osservare queste fotografie, anche questo silenziosamente guidato dalla loro sapiente regia, proviene dalla somiglianza di queste forme dell’abitare con innumerevoli altre disseminate sulla faccia del globo. Come non vi è dubbio che queste abitazioni sono contemporanee, per chi guarda senza farsi assorbire interamente da ciò che conosce di questa vicenda esse hanno anche qualcosa di atemporale dentro la contemporaneità. Parlano di una condizione della contemporaneità, più ancora della precisa vicenda che illustrano. Potrebbero trovarsi in un altro Paese, o in un altro continente, e direbbero della stessa dipendenza dell’individuo dal complesso della vita sociale, della stessa fatica per conquistare uno spazio dove ‘fare casa’, ancora oggi irrinunciabile per poter far parte dell’umanità. Mai come oggi una ‘casa’ è meno lo specchio di una tradizione, di quanto non sia il frutto evidente di una serie di concause che inquadrano la realtà sociale, politica, economica di un territorio. In questo senso, la somiglianza su scala globale di queste forme dell’abitare legate alla ‘sfortuna’ della dimensione culturale diventa il segno di una più ampia e disconosciuta comunità mondiale dell’esclusione. Uso l’espressione ‘sfortuna’ della dimensione culturale per segnalare la coimplicazione della società, della politica e dell’economia in un medesimo ripetuto proporsi di casitipo, dove la responsabilità individuale non è sufficiente a spiegare un disagio che è molto più profondo e che innerva la condizione di vivibilità di un’intera area. La sensazione che queste immagini potrebbero venire anche da un altro continente non diminuisce il loro valore di testimonianza specifico, anzi, dà ampiezza alle opportunità di approfondire un aspetto fondamentale del nostro vivere attuale. Vorrei aggiungere, infine, qualche parola sulla sospensione della drammaticità, dello spirito di denuncia e di altri simili orpelli che queste fotografie pongono in atto. È il frutto di un progetto che si dà il tempo dell’esperienza, della comprensione, della rielaborazione, e che rifiuta qualsiasi apparato precostituito, anche – e soprattutto – sul piano qui decisivo dell’emotività. Non c’è traccia di provocazione, indignazione, nostalgia (che farsene? che cosa aggiungerebbe? che cosa aiuterebbe per capire?), ma c’è la luce che inquadra la costruzione di una visione. In questa visione si percorre la massima approssimazione possibile tra il vissuto ‘da fuori’ e il vissuto ‘da dentro’, senza mai coltivare l’illusione che ci possa essere identità, senza mai pensare, però, di aver capito di più, di saperne di più degli altri.

  • Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
    Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
  • Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, Assab One 2009
    Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, Assab One 2009
  • Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
    Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
  • Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
    Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
  • Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
    Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
  • Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
    Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, 2008
  • Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, Assab One 2009
    Marissa Morelli e Max Rommel, Case di cartone, Assab One 2009